Dorme un canto in ogni cosa | Imi knoebel

3/3 – 30/5 2026

Curator | Gianluca Ranzi

Dep Art Gallery |  Milano | Italia

La mostra propone un’ampia ricognizione sul lavoro di Imi Knoebel, uno dei protagonisti dell’astrazione europea del secondo Novecento, mettendo in dialogo opere che attraversano oltre quarant’anni di ricerca, dal 1983 fino alle serie del 2025. Il progetto prende spunto da un verso di Joseph von Eichendorff che evoca l’idea di un canto silenzioso nascosto nelle cose: una vibrazione latente che può emergere solo attraverso uno sguardo capace di attenzione e ascolto. In questa prospettiva, l’esperienza della mostra si fonda sul tempo della percezione, sulla relazione tra occhio e superficie, tra ritmo visivo ed equilibrio compositivo.
L’astrazione di Knoebel non nasce da istanze simboliche o narrative, né da un’esigenza espressiva di tipo esistenziale, ma da una radicale fiducia nella percezione estetica. Linea, colore, forma e materiale sono elementi autonomi che, messi in relazione, generano tensioni, contrasti, fusioni e risonanze. Il suo approccio, dichiaratamente multimediale e antigerarchico, supera fin dagli anni Sessanta i confini tra pittura, scultura, disegno e installazione, costruendo un linguaggio che attraversa i generi senza riconoscerne rigidamente le distinzioni.
Il percorso espositivo evidenzia un metodo aperto e composito, basato sulla serialità e sulla continua rielaborazione dei cicli precedenti. Le opere non si succedono secondo una logica lineare, ma attraverso rimandi interni, riprese e variazioni: ogni serie diventa matrice di quella successiva, ogni soluzione formale apre a nuove possibilità. Questo processo di riconsiderazione costante conferisce alla sua produzione un carattere organico, dove coerenza e trasformazione convivono.
L’accostamento tra lavori degli inizi degli anni Novanta, come Portrait (1991-92), e quelli dei primi anni Duemila, quali Düsseldorf-Paris (2001) e Düsseldorf-Reykjavik IV (2000), insieme alle opere più recenti come Tafel (2016), Zeichen, Ligatur ed Etcetera (2025), mette in luce un vocabolario formale estremamente articolato. Si passa dal rigore analitico alla gestualità, dalla linearità euclidea all’irregolarità dei contorni, dalla compattezza cromatica alla smaterializzazione della superficie, dal contrasto simultaneo alla fusione poetica di forme e colori.
Nei Portrait l’asciutta essenzialità dei margini colorati costruisce presenze autonome, quasi identità visive definite da campiture nette e rapporti calibrati; negli Zeichen le forme sembrano assumere una qualità fluida, quasi atmosferica, come segni sospesi nello spazio; Ligatur richiama l’idea di una grammatica visiva fatta di connessioni e legature tra elementi, mentre nelle pennellate degli Etcetera affiorano lettere, numeri e tracce che emergono e si dissolvono sulla superficie, sfidando le consuetudini della visione.
Il suo processo creativo, che nasce da una fertile sperimentazione in studio, conduce alla formazione di gruppi di opere accomunate da un principio generativo ma ciascuna dotata di un carattere irripetibile. La bellezza che scaturisce da queste opere non richiede spiegazioni metafisiche: è una bellezza che si fonda sulla relazione sensibile tra gli elementi compositivi, su un equilibrio dinamico che permette alla forma di vibrare. In questo senso, il “canto” evocato dal titolo non è metafora romantica, ma esperienza concreta della percezione, espressione di una libertà formale che continua a rinnovarsi.