Réalités Nouvelles Hors les murs | MACS

Fabrice Ainaut, Joanick Becourt, Milija Belic, Sibylle Besancon, Philip Bodet, Francesc Bordas, Jeanne Charton, Ralph Cutillo, Diane De Cicco, Lino De Giuli, Olivier Di Pizio, Gilles Dysek, Jacky Ferrand, Catherine Gaillard-Remontet, Stefanie Heyer, India Serena, Marie-Christine Jaladon, Hernan Jara, Paula Leon, Elsa Letellier, Christian Martinache, Celia Middlemiss, mps[&]jpb (Madeleine Sins & Jean-Pierre Bertozzi), Jean Navailh, Roland Orepuk, Paola Palmero, Laurence Reboh, Luisa Russo, Claudine Sallenave, Marie-Françoise Serra, Sophie Villoutreix-Brajeux.

30/4 – 30/5 2022

Curator | Rosario Pinto

Museo d’Arte Contemporanea Solimena (MACS) | Santa Maria Capua Vetere | Italia

Il Salon des Réalités Nouvelles non è semplicemente una mostra d’arte, ma un pilastro ineludibile della storia culturale del Novecento europeo, nato dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale per riaffermare la libertà creativa in un’Europa che cercava di ricostruire la propria identità.
Fondato nel 1946 a Parigi, il Salone affonda le proprie radici nel fermento intellettuale degli anni ’30 e nell’eredità dei movimenti d’avanguardia come Abstraction-Création. La genesi del progetto va attribuita a Fredo Sidès, un appassionato d’arte che già nel 1939 aveva tentato di dare vita a un’esposizione simile presso la galleria Charpentier, un esperimento bruscamente interrotto dalla tragedia bellica. Dopo la Liberazione, Sidès unì le proprie forze a un gruppo di artisti di caratura internazionale, tra cui Sonia Delaunay, Nelly van Doesburg, Auguste Herbin, Félix Del Marle, Jean Arp e Antoine Pevsner, con l’obiettivo ambizioso di creare uno spazio di confronto permanente che ponesse l’arte astratta, concreta e non figurativa al centro del dibattito, sottraendola definitivamente all’ostracismo e all’emarginazione subita durante i regimi totalitari e il conflitto.
Fin dalle sue prime edizioni, il Salone si distinse per una vocazione cosmopolita che superava ogni confine nazionale. Già nel 1948, la mostra ospitava le opere di artisti provenienti da diciassette paesi differenti, ponendosi come una vetrina di fondamentale importanza per la diffusione dell’astrazione europea in un momento di grande incertezza. Il compito che il Salone si era autoimposto non si limitava alla semplice esposizione di opere, ma mirava a fornire una struttura teorica e organizzativa a un movimento che faticava a ottenere il riconoscimento delle istituzioni accademiche, spesso ancora legate a canoni estetici tradizionali o figurativi. Con il passare dei decenni, il Salone è diventato un terreno di scontro fecondo tra le diverse correnti della modernità. Se nei primi anni l’approccio curatoriale era focalizzato sul rigore dell’arte concreta, a partire dal 1956 l’orizzonte si ampliò notevolmente: vennero accolte tutte le espressioni dell’astrazione, compresa quella lirica e le forme di figurazione allusiva, dimostrando una capacità di adattamento straordinaria e una consapevolezza profonda dei mutamenti del linguaggio artistico contemporaneo.
Uno degli elementi che rende unico il Salon des Réalités Nouvelles è la sua natura rigorosamente autogestita: si tratta di un’associazione guidata direttamente dagli artisti, che hanno mantenuto nel tempo l’indipendenza decisionale. Questa struttura è stata la garanzia di un’autentica libertà creativa, sottraendo la manifestazione alle logiche prettamente speculative del mercato dell’arte e alle pressioni accademiche. All’interno del Salone, maestri consacrati come Victor Vasarely, Pierre Soulages, Jean Tinguely o Hans Hartung hanno condiviso lo spazio espositivo con giovani talenti emergenti, creando un ecosistema intergenerazionale che ha permesso al linguaggio astratto di rigenerarsi costantemente. Questo modello di cooperazione ha trasformato il Salone in un laboratorio di idee e in un punto di incontro irrinunciabile per chiunque volesse misurarsi con le nuove frontiere della percezione e della forma.
La storia del Salone è anche una cronaca dei luoghi che hanno ospitato questa vitalità nomade, riflettendo le trasformazioni urbanistiche e istituzionali di Parigi. Dal debutto presso il Museo d’Arte Moderna della Città di Parigi, dove il Salone risiedette dal 1946 al 1969, la manifestazione ha attraversato una serie di sedi iconiche, ciascuna delle quali ha segnato un capitolo della sua esistenza: dal Parco floreale di Vincennes, che ha accolto le opere in diverse riprese, al Grand Palais, che tra il 1984 e il 1993 ha garantito una visibilità monumentale all’evento. Dopo essere passato per lo spazio Espace Auteuil e altre sedi temporanee, dal 2019 il Salone ha trovato una collocazione all’Espace Commines. Questa lunga itineranza non ha scalfito la missione originaria, ma l’ha anzi temprata, trasformando il Salone in una sorta di istituzione vivente capace di superare crisi identitarie, ritorni di moda della figurazione e cambiamenti radicali nei gusti del pubblico. Ancora oggi, il Salon des Réalités Nouvelles resta il faro più longevo e autorevole per comprendere l’astrazione, continuando a essere lo specchio fedele delle tensioni e delle conquiste della ricerca visiva mondiale.